Tarantino, Iñárritu, Fargo… e la neve.

A Tarantino si vuol bene comunque, a Di Caprio bisogna dare l’Oscar anche se meno meritato di altre volte, Fargo2 ci tiene incollati al piccolo schermo… ma la vera protagonista cinematografica del momento è la neve.

 ©ADeBianchi, La Thuile

Non parliamo di The Hateful Eight, perché lo stile perfettamente “arietino” di Tarantino o si ama o si odia, e quando lo si ama lo si perdona, sempre e comunque, perché le recensioni che si crogiolano sulle sfumature di grigio non sono fatte per i suoi film, così netti e precisi sebbene densi e pieni di qualsiasi cosa, in primis di cinema e metacinema.
Non parliamo nemmeno di Iñárritu, delle sue imprese cinematografiche su cui sì che si crogiolano tutti i critici di mestiere, perdendosi nei noiosi paragoni del paragonabile – “indugi estetizzanti alla Malick”, “trame alla Herzog” e via dicendo con lungagnate da addetti ai lavori, quando invece, alla fin fine, quel che conta per tutti di The Revenant è dare finalmente un Oscar per la performance da highlander a Leonardo Di Caprio – che nonostante l’imbolsimento, noi donne trentenni vediamo sempre nelle sue meravigliose sembianze da efebo anni ‘90.
Non parliamo nemmeno di Fargo, dei fratelli Cohen e del successo delle serie tv d’autore, che creano il fantastico tempo dell’attesa e del godimento estetico parcellizzato e centellinato.
Parliamo di ciò che accomuna queste tre opere cinematografiche uscite in Italia tutte nello stesso periodo – il periodo di mezzo, quello invernale, dopo Natale, quando i virus imperversano ma, ahimè, quest’anno ci sono ancora le zanzare –: la neve.

Sfondo imprescindibile, palese trait d’union… la neve è la vera protagonista.
Ma non la neve delle nostre Alpi o Appennini, quella soffice per gli sciatori, bensì la neve dei desolati paesaggi made in USA.
La neve del Wyoming, del Nord Dakota, del Minnesota… di quei luoghi che sono il gelido limite invalicabile del sogno americano.

È degno di nota e alquanto singolare che proprio in un periodo storico in cui i segni del riscaldamento globale si sono fatti evidenti – come dicevamo, ancora si combatte contro le zanzare perché le colonnine di mercurio (come dicono gli esperti) sono ben oltre le medie stagionali – se vai al cinema o guardi on demand la tua serie del momento ti trovi catapultato nello scenario più freddo e bianco possibile.

Basta chiamare in causa il “principio di compensazione” per darne una spiegazione? Ovvero, il principio introdotto da Jung per andare oltre l’interpretazione dei sogni freudiana, che tutto riconduceva strettamente alla sessualità, e per dire sostanzialmente che il nostro inconscio quando sogna compensa la vita cosciente, in un modo complesso e perciò non semplicemente legato agli impulsi sessuali.

Senz’altro è vero, anche perché il cinema, come tutta l’arte, attinge all’inconscio tentando di oggettivarlo un po’ come avviene nei processi onirici. Ma non è solo questo. Qui c’è un’arcana simbologia condivisa da autori diversi e che, per dirla sempre in termini junghiani, si fa espressione di un inconscio collettivo che non è solo compensatorio.

Cos’è la neve? Cosa rappresenta?

La neve è il bianco, è il vuoto. Quello che non puoi riempire, quello ostile, difficile da combattere e da risolvere. Il buio, il nero, può pur sempre riservare delle sorprese, essere soltanto un nascondimento su cui può essere gettata una luce. Ma il bianco niveo no, è quello e basta, e se vuoi sopravvivere ti devi adattare al suo bagliore abbacinante, alla sua apparente morbidezza che in realtà ti gela le vene.

I paesaggi innevati sono dunque, forse, il luogo del nulla. La proiezione umana del proprio nichilismo. Ma i luoghi innevati sono anche quelli più in alto, più vicini al cielo, più vicini a Dio. Il crocifisso che inaugura l’ottavo film di Tarantino sulle note di Morricone, o la chiesa diroccata in cui si imbatte Di Caprio in The Revenant starebbero lì a segnalarcelo, anche se poi imperversano soltanto, come in Fargo, la ferocia del genere umano e le insulse lotte intestine ben lontane da qualsiasi forma di religiosità.

E quindi? Cosa vuol dire? Perché tanta neve ovunque?

È le neve, è il freddo, è l’essere umano che soccombe… e ognuno, sullo sfondo bianco, proietti la simbologia che preferisce dal caldo della propria poltrona, in un tempo storico dove la morte meno probabile sembra proprio quella per congelamento, a meno che uno non se la vada proprio a cercare…

Alessandra De Bianchi

Share this post